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Domanda


Nell’ambito del recupero di opere in calcestruzzo danneggiate dalla corrosione indotta da carbonatazione, esistono diversi metodi di ripassivazione delle armature, tra i quali quello di ripassivazione con strato di malta alcalina e quello di ripassivazione attraverso la sostituzione del calcestruzzo con malta alcalina. Con il primo metodo viene sostituito il solo calcestruzzo delaminato, mentre quello non danneggiato, anche se carbonatato ed a contatto con aree corrose delle armature, non viene rimosso. Viene quindi applicato uno strato di malta alcalina sulla superficie del calcestruzzo carbonatato. Gli ioni OH- diffondono dallo strato applicato e dal calcestruzzo più interno (non carbonatato) verso il calcestruzzo carbonatato: il calcestruzzo carbonatato si rialcalinizza e le armature si ripassavano. Con il secondo metodo si sostituisce tutto il calcestruzzo carbonatato con malta alcalina. La ripassivazione delle armature è garantita dal contatto con il materiale che sostituisce il calcestruzzo carbonatato. Tutto il calcestruzzo deve essere rimosso, anche se non ancora danneggiato: le armature che restassero nel calcestruzzo carbonatato continuerebbero infatti a corrodersi. Se quanto sopra è vero, non esiste una contraddizione nei due diversi metodi? 

 


Risposta


Le due tecniche che lei cita sono previste nella raccomandazione 124 SRC del Rilem. I due metodi sono, innanzitutto, diversi in relazione all’obiettivo che si pongono. In un caso si applica uno strato di malta alcalina con l’obiettivo di far diffondere l’alcalinità attraverso il calcestruzzo carbonatato rimasto in opera; nel secondo caso si rimuove il calcestruzzo carbonatato e si sostituisce con una malta alcalina che ripassiverà le armature.

 

I metodi, inoltre, sono diversi per quanto riguarda l’efficacia. Nel primo caso le armature restano a contatto con il calcestruzzo carbonatato e si confida che la diffusione dell’alcalinità dalla malta applicata superficialmente porti alla “rialcalinizzazione” del calcestruzzo carbonatato a contatto con l’armatura. Se questa diffusione non avviene, le armature restano a contatto con il calcestruzzo carbonatato e, se questo resta umido, si continuano a corrodere. In realtà questo metodo non ha trovato molte applicazioni, in quanto è difficile garantire che la spontanea diffusione dell’alcalinità sia sufficiente per raggiungere le armature e proteggere le armature (diverso è il caso della rialcalinizzazione elettrochimica, con la quale l’alcalinità viene prodotta e trasportata da una corrente elettrica applicata dall’esterno; ma questa è un’altra tecnica).

 

Con la seconda tecnica, invece, si rimuove il calcestruzzo carbonatato e la ripassivazione è garantita dal contatto diretto tra le armature e la malta cementizia. Se la rimozione del calcestruzzo ha interessato tutto il calcestruzzo aggressivo nei confronti delle armature (cioè carbonatato e umido) e se la malta è stata applicata correttamente (ben stagionata, senza fessurazioni o distacchi), la protezione delle armature è garantita. Naturalmente anche in questo caso l’alcalinità della malta potrà diffondere nel sottostante calcestruzzo carbonatato, ma questo effetto benefico non viene in genere considerato (almeno, non viene considerato dalla raccomandazione Rilem). Nei casi pratici, tuttavia, questa diffusione di alcalinità potrebbe essere utile. Ad esempio, se il copriferro viene rimosso fino alla profondità  delle  armature, ma non viene rimosso il calcestruzzo carbonatato a contatto con il retro delle barre d’armatura, l’alcalinità della malta potrà diffondere per qualche millimetro nel calcestruzzo e potrebbe portare alla ripassivazione anche della parte posteriore della barra d’armatura (se non ci sono cloruri nel calcestruzzo).


Prof. Luca Bertolini
 

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