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Mutamento destinazione d'uso: DIA o permesso di costruire?

La Corte di Cassazione, III sezione penale con la sentenza n.9894 del 5.3.2009 ha stabilito che è possibile modificare la destinazione d'uso di un immobile tramite opere ed interventi edilizi realizzati sulla base di una semplice denuncia di inizio attività qualora la nuova destinazione rientri tra quelle «compatibili», cioè funzionalmente omogenee dal punto di vista urbanistico.
Il D.P.R. 380/2001 (Testo unico dell'Edilizia) definisce, all'art. 3, comma 1, lettera d), gli interventi di «ristrutturazione edilizia» come quelli che «… gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti …».
Ne deriva che il mutamento di destinazione di uso di un immobile attuato attraverso la realizzazione di opere edilizie, qualora venga realizzato dopo l'ultimazione del fabbricato e durante la sua esistenza, si configura sempre come una ristrutturazione edilizia (secondo la definizione sopra richiamata), in quanto l'esecuzione di lavori, anche se di entità modesta, porta pur sempre alla creazione di «un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente»
Ai sensi dell'art 10, comma 1, lettera c), del medesimo D.P.R. 380/2001, questi interventi sono assoggettati al rilascio del permesso di costruire, con pagamento del contributo di costruzione dovuto per la diversa destinazione, qualora portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, ovvero comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A (in linea di massima i centri storici), comportino mutamenti della destinazione d'uso. Tali interventi possono essere realizzati, secondo l'art. 22, comma 3, del Testo unico, anche mediante denuncia di inizio attività, alternativa al permesso di costruire.
Secondo la Corte di Cassazione la corretta interpretazione del combinato disposto delle norme sopra illustrate è nel senso di ritenere consentiti in base alla semplice denuncia di inizio attività solo quei mutamenti che portino ad una destinazione diversa ma compatibile, concetto preso in considerazione anche dalla lettera c) dell'art. 3, comma 1.
Questo in base al fondamentale principio che la destinazione di un immobile non si identifica con l'uso che in concreto ne fa il soggetto che lo utilizza, ma con quella impressa dal titolo abilitativo assentito (ovviamente quando tale titolo sussista e sia determinato sul punto). Ciò significa che il concetto di uso urbanisticamente rilevante è ancorato alla tipologia strutturale dell'immobile, quale individuata nell'atto di concessione, senza che esso possa essere influenzato da utilizzazioni difformi rispetto al contenuto degli atti autorizzatori e/o pianificatori.


Quindi, alla luce dei chiarimenti forniti dalla Suprema Corte, gli interventi di ristrutturazione edilizia, così come quelli di manutenzione straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo:
- necessitano sempre di permesso di costruire se comportano mutamento di destinazione d'uso tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico (con riferimento a quanto disposto in proposito dal Regolamento edilizio o dalle Norme Tecniche di Attuazione del P.R.G. vigente nella zona interessata);
- fuori dai centri storici possono essere realizzati mediante denuncia di inizio attività se comportano il mutamento della destinazione d'uso all'interno di una categoria omogenea;
- nei centri storici non possono mai essere realizzati mediante denuncia di inizio attività, neppure se comportano il mero mutamento della destinazione d'uso all'interno di una categoria urbanistica omogenea.


Fonte: Lexambiente -
www.lexambiente.it

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